La prima lettura di questa domenica ci racconta un fatto centrale, fondativo per il popolo di Israele: l’incontro di Mosè con Dio nel roveto ardente.

Notiamo subito l’atteggiamento di Mosè: vuole vedere il “grande spettacolo”, un fatto inaspettato e inspiegabile, che desta curiosità, affascina… e stop! Dopo si torna al pascolo. Ma Dio non è sceso per far vedere uno spettacolo, Dio non da spettacolo, né esteriore, né emotivo: Dio non viene per farci vivere dei bei momenti di euforia spirituale.

Dio è sceso per farci salire, Dio viene a CHIAMARCI: se Dio si fa percepire in qualche modo nelle nostre vite, anche con momenti di forte intensità emotiva, è perché ci sono dei passi da compiere, perché ci chiede di dare una svolta alla nostra vita e di coinvolgerci nella vita delle persone che abbiamo accanto…

Mosè aveva provato a mettersi accanto al suo popolo, a modo suo, anni prima in Egitto, uccidendo il sovrintendente egiziano, e ne aveva ricavato solo una condanna a morte e la fuga a Madian… chissà quante volte avrà ripensato ai suoi fratelli schiavi mentre pascolava il gregge di suo suocero Ietro, chissà che senso di impotenza e di rassegnazione lo affliggeva… ma ora, è con Dio che egli libererà il suo popolo. Quello che è il desiderio di Mosè, la preghiera straziante del popolo… prima ancora è il sogno di Dio: la nostra LIBERTA’. Una libertà che passa dal coinvolgimento personale per il bene.

Gesù ci dice la stessa cosa nel Vangelo: se la vostra preoccupazione si ferma all’analisi della situazione, alla ricerca dei colpevoli, e non diventa spinta alla conversione, è sterile. Ma di quale conversione ci parla Gesù? Della conversione all’AMORE. Rischiamo tutti di vivere la vita come un “grande spettacolo”, nel quale ci turbiamo e ci scandalizziamo per il male e il peccato, ci indigniamo… ma poi andiamo avanti sereni fino alla prossima catastrofe.

Così non si vive da cristiani, così, ci dice Gesù, siamo complici del male del quale ci indigniamo, così andiamo noi stessi in quel baratro e ci spingiamo gli altri… Dio ha fatto tutto quello che poteva fare per il bene di chi soffre: ha fatto ME. A me tocca fare la mia parte per questo bene. Se non voglio perire, nel corpo e nell’anima.

Gesù, come questa “roccia spirituale” che ha accompagnato Israele nel deserto tra i suoi alti e bassi, porta per noi una pazienza piena d’amore, e attende il nostro coinvolgimento nella sua opera con pazienza e fiducia: non ci sradica per le nostre infruttuosità, perché siamo alberi buoni, alberi del Padre e sa che porteremo frutto, con il suo lavoro, la sua cura, il suo amore.

“lascia un altro anno ai miei tre anni di inutilità, e si fida, oltre ogni ragionevolezza. Per lui il bene possibile domani conta più della sterilità di ieri.” Padre Ermes Ronchi

È bellissimo vedere che il sogno di Dio è la mia fecondità, il frutto particolare e proprio che solo io posso dare, che da pienezza e gioia alla mia vita. Ringraziamo il Signore per la sua cura, per il suo amore e per la sua pazienza, e cerchiamo davvero di far tesoro anche di questo tempo di quaresima per ripartire nella verità della vita donata, di quel piccolo passo possibile che posso fare per rendere, con Dio, il mondo un posto un po’ migliore.

suor Alice di Gesù

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